21 Set 2017 News

Ivory: A Crime Story: presentato il documentario sullo sterminio degli elefanti

Ivory: A Crime Story, distribuito da Koch Media in un’uscita evento il 26 settembre, è il documentario che il regista Sergey Yastrzhembskiy ha dedicato al commercio legale e illegale d’avorio, che negli ultimi anni sta accelerando lo sterminio degli elefanti come mai era accaduto prima.

Il russo Yastrzhembskiy, che nella conferenza stampa ci parla in italiano (vive in Toscana), è di per sè una figura curiosa: ex diplomatico del Cremlino, a 55 anni ha deciso di darsi alla fotografia e poi all’audiovisivo. “Era la crisi di mezza età”, ci confessa sorridendo. L’Africa è sempre stata un soggetto ideale, da quando vi mise piede per la prima volta nel 1977. “Lo devo confessare, mi piace la caccia”, ci racconta, ma quest’affermazione non è contraddittoria col tema del suo lungometraggio, dato che Ivory cerca di dare voce con uno sguardo oggettivo a tutte le parti in causa: dai bracconieri africani che uccidono per mangiare, passando per le religioni (cristiane e orientali) che danno un gran valore agli oggetti d’avorio, simbolo irrunciabile per i fedeli, finendo al debordante colonialismo economico della Cina (su 51 stati africani, 49 hanno ragguardevoli investimenti cinesi, spesso legati a mattanze incontrollate d’intere specie). “Dire che gli Africani sono colpevoli è facile, ma è solo una piccola parte della verità. Quando sono tornato in Africa dopo anni, mi sono accorto che non c’erano più elefanti, solo carcasse. E’ stato surreale.”

Nonostante una costruzione visiva piuttosto elementare, con una grafica sensazionalistica un po’ ingenua, il film è molto più solido sul piano dei contenuti: forse proprio per i trascorsi della persona che ci troviamo davanti, è un’inchiesta sociale che si fa forte della sua esperienza (“La diplomazia mi aiuta tanto, in alcuni casi non potresti girare se non avessi avuto contatti prima”) e non è per questo tradizionalmente animalista. Come ci conferma lui stesso, Sergey è interessato a raccontare le etnìe, le tradizioni e quello che scompare, concentrandosi su un equilibrio non solo naturale ma sociale: non per nulla dai 265 giorni di riprese per tre anni, dalle quali proviene Ivory, saranno ricavati altri documentari riguardanti più in generale il rapporto degli esseri umani con la figura dell’elefante.

Un film può cambiare il mondo? Yastrzhembskiy sogna che sia possibile: pare che il Papa, durante una visita in Kenya, abbia condannato la mattanza degli elefanti poco dopo aver visionato un estratto di Ivory. Estratto che, è bene sottolineare, si concentrava tutto sull’ambiguità della Chiesa Cattolica nel condannare la dipendenza psicologica dall’avorio da parte di molti suoi fedeli. E, anche se non è merito del film la decisione della Cina di bandire l’avorio d’elefante entro la fine del 2017, è grazie a Ivory che approfondiamo l’esistenza dell’avorio di mammuth siberiano, esportato dalla Russia alle industrie cinesi, che potrebbero usarlo per coprire l’uso continuato dell’avorio tradizionale (e illegale).

Soddisfatto del suo mosaico, Sergey Yastrzhembskiy nel suo prossimo film ripartirà proprio dalla Siberia per raccontare la storia di un altro cambiamento, questa volta a ritroso: quello di una dottoressa in medicina che ha deciso di diventare una sciamana. Uno scenario recuperato e non cancellato da una storia inarrestabile e spesso cieca.


Fonte: CS