13 Mar 2018 News

Sono andata a vedere Black Panther senza sapere nulla di supereroi …

Ultimamente scelgo i film da vedere in base alle critiche. Ovvio – direte – e invece non è come pensate. Non vado a vedere i film che hanno buone recensioni: vado a vedere i film che non sono piaciuti alle persone che mi sono antipatiche. Se un sito o un commentatore che normalmente esprime posizioni che io trovo esecrabili ha odiato un certo film, io lo vado a vedere per principio, di qualsiasi film si tratti. Applico la stessa filosofia a tutti i prodotti culturali: ho acquistato l’intera saga del fumetto “Quando c’era LVI” solo perché Casapound ha aggredito gli editori al Romics di qualche hanno fa. Potete quindi immaginare cosa mi abbia spinta ad andare a vedere Black Panther. Nello specifico, alcuni commentatori online avevano lamentato il fatto di essersi sentiti “esclusi in quanto bianchi” dalla rappresentazione e avevano obiettato che “un film su un supereroe specificamente bianco, magari scandinavo, chiamato White Panther, sarebbe stato definito razzista”. Capite da voi che l’idiozia di questo commento è bastata da sola a convincermi e investire una rata di mutuo in biglietti del Cinestar di Potsdamerplatz e pop corn, per due motivi. In primo luogo perché i film sui supereroi scandinavi esistono e portano il nome della saga di Thor, e in secondo luogo perché l’animale di riferimento è l’orso, visto che trovare pantere nella mitologia norrena sarebbe quantomeno bizzarro.

Black Panther: la trama

Facciamo una breve sinossi del film, prima di ripiombare nel meraviglioso mondo dei “fatti miei”. Wakanda è una nazione situata da qualche parte nel cuore del continente Africano, che nasconde al mondo la sua vera natura. Migliaia di anni fa, sul territorio oggi occupato da Wakanda, si è schiantato un meteorite contenente un materiale alieno, il vibranio, il quale ha modificato la natura circostante, dando origine a particolari piante dalle foglie a forma di cuore. Un guerriero che, avendo mangiato le piante contaminate, ha sviluppato dei superpoteri, è diventato la prima “Black Panther” e ha riunito sotto il suo saggio comando le tribù circostanti. Il vibranio, oltre ad alimentare le super-piante, si presta a una varietà di altri usi, e permette al popolo di Wakanda di sviluppare tecnologie avanzatissime. Per proteggersi dal resto del mondo, tuttavia, Wakanda sceglie di nascondere il proprio progresso facendosi passare per un poverissimo paese del terzo mondo, ma con una fitta rete di spie negli altri continenti. La nostra storia prende le mosse quando, negli anni 90, il re di Wakanda T’Chaka scopre che il proprio fratello N’Jobu, che vive sotto copertura negli Stati Uniti, ha aiutato il trafficante d’armi sudafricano Ulysses Klaue a rubare del vibranio. N’Jobu viene ucciso, ma si lascia dietro un figlio, che cresce senza padre e lontano da Wakanda. Nel frattempo il figlio di T’Chaka, il giovane T’Challa, gli succede sul trono, sconfiggendo in un combattimento rituale il leader di una tribù rivale, M’Baku. In una prima fase sembra che il problema principale di Wakanda sia ancora il perfido Klaue che tenta di rubare il vibranio, ma presto si scoprirà che la vera minaccia è il figlio orfano di N’Jobu, Erik Stevens. Il rancore per l’abbandono e le privazioni subite, mentre Wakanda prosperava senza di lui, ne hanno fatto un avversario micidiale che rischia di sovvertire la pace di Wakanda. Il suo piano è utilizzare le tecnologie al vibranio per creare un esercito invincibile, in grado di ribaltare la dominazione bianca del mondo, trasformandola in una dominazione nera, invertendo i ruoli fra oppressori e oppressi. Il finale non ve lo spoilero, ma è un film di supereroi, ci potete arrivare. La tensione narrativa si realizza fra due poli: uno che potremmo definire “Malcolm X”, che auspica il sovvertimento dei ruoli e la supremazia di Wakanda sul resto del mondo, e uno che, per contrasto, troviamo più vicino ai valori di Martin Luther King, e che punta allacooperazione fra tutte le civiltà e tutte le culture, per scardinare il principio stesso di supremazia.

Che cosa ha di così straordinario questo film? Certo, è fatto meravigliosamente, scritto bene e recitato meglio, con il livello di cgi e le prodezze registiche alle quali la Marvel ci ha abituati e che rendono sempre piacevole una serata al cinema. Basterebbe tutto questo a renderlo straordinario? No, tutto questo basterebbe a renderlo un buon film di supereroi. Perché, dunque, tutto questo clamore intorno a Black Panther? Perché la rappresentazione conta.

Chi ci dice in chi dobbiamo identificarci?

Torniamo per un attimo al meno che indispensabile punto di vista di uno spettatore bianco. All’interno della sala, ero una delle pochissime persone caucasiche (checché ne dica la sicurezza aeroportuale di Tegel, alla quale non riesco a spiegare che no, non parlo arabo, davvero, no, non sto facendo finta, e sì, il Salento è in Europa, per ora) e l’unica non tedesca. Come se non bastasse, sono quasi completamente digiuna di supereroi e quelli della Marvel sono fra i pochi fumetti che non ho mai letto. Mi sono quindi disposta a sperimentare questo colossale senso di esclusione di cui tanto avevo letto. “Mi sentirò finalmente come i settentrionali che guardano Gomorra coi sottotitoli?” pensavo, aggiustandomi gli occhiali 3D sopra quelli da vista. Perché a quanto pare, per i critici del film, il problema è proprio questo: se non c’è nessuno che “somigli” a me, io non posso identificarmi nei personaggi del film e mi sento escluso.

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