12 Lug 2018 News

Film del weekend: Giochi di potere, recensione della spy story fra Iraq e Nazioni Unite con Ben Kingsley

L’evoluzione delle dinamiche geopolitiche degli ultimi vent’anni è stata così vorticosa, costantemente orientata verso l’entropia più disperante, che vedere raccontate delle dinamiche di solo sedici anni fa, con l’Iraq alle prese con il periodo fra la crisi dell’11  settembre e l’invasione americana di due anni dopo, può fare l’effetto di una scaramuccia fra cacciatori del Neolitico. Il danese Per Fly, dopo aver raccontato le differenti classi sociali del suo paese con una trilogia dei primi anni del secolo, ha seguito negli ultimi anni l’ondata delle serie televisive dirigendo due successi in patria, come Performances e più recentemente Follow the Money, in ambiente finanziario. Evidentemente ha preso gusto a seguire delle indagini ad alto rischio, visto che adatta ora, con una produzione danese ma un cast internazionale, il libro di memorie Backstabbing for Beginners, scritto dall’ex funzionario delle Nazioni Unite danese americano Michael Soussan, diventato in italiano Giochi di potere.

Come detto, siamo fra la fine degli anni ’90 e il 2004, alle prese con l’improvvisa assunzione all’ONU, dopo vari tentativi falliti, di un 24enne idealista con il sogno di una carriera nell’organismo internazionale, anche per seguire le orme del padre, morto a Beirut negli anni ’80 durante l’attentato all’Ambasciata americana. Sembra la realizzazione di un sogno, il lavoro perfetto: coordinatore del programma Oil for Food, uno dei più discussi e importanti della storia dell’ONU, la più grande operazione umanitaria, con un budget di 10 miliardi di dollari l’anno – cinque volte tanto quello di tutte le Nazioni Unite – frutto della vendita in cambio di cibo del petrolio iracheno, vittima com’era la nazione guidata da Saddam Hussein di sanzioni ed embarghi dalla Guerra del Golfo. Il giovane Michal scoprirà presto che questa notevole responsabilità per una recluta è legata alla morte improvvisa del suo predecessore, non esattamente caduto vittima di un raffreddore lungo le strade di Baghdad.

La dinamica raccontata da Fly è quella classica del gioco di seduzione, e poi di repulsione, fra il novellino idealista e il mentore reso cinico e moralmente malleabile dai decenni sul campo. Il problema è che Michael ci viene raccontato come una figura di un’ingenuità francamente poco credibile, per periodo storico e per esperienza famigliare e di studi pregressa. Sembra sempre cadere dalle nuvole quando inizia a osservare dinamiche di corruzione nell’Iraq alle prese con gli ultimi anni, e poi la caduta, del dittatore Saddam Hussein. Non aiuta la figura elegante, ma priva di carisma, di Theo James, visto negli ultimi Underworld e nella serie di Divergent. Il suo mentore è l’uomo per ogni primavera, l’immortale Ben Kingsley, che ruba la scena ogni volta che appare, custode di meccanismi contorti e burocratici, negli anni in cui il centro del mondo dello spionaggio era l’Hotel Al Rasheed di Baghdad, cuore dei traffici leciti e illeciti, di mezzi, risorse e destini, come la Berlino degli anni della Guerra fredda. Fa piacere ritrovare in forma, poi, Jacqueline Bisset, nei panni della responsabile (e antagonista) della sede ONU di Baghdad.

Non ci vorrà molto, a noi spettatori, un po’ di più alla grande promessa della diplomazia, per intuire come la torta abbia tante fette, e non tutte finiscano in mani orientali. Per Fly forza alcune dinamiche rispetto al libro, aggiungendo una Mata Hari, come ogni storia di spionaggio che si rispetti, almeno di quelle con poca fantasia. Chi meglio di una bella curda, minoranza martoriata da Saddam e in lotta per la propria autonomia, in quegli anni come oggi? Le confessioni sulla dispersione dei fondi e sulle storture imposte dai funzionari dell’ONU al processo democratico crearono uno scandalo di ampie proporzioni, con un effetto collaterale poco gradevole: allontanare ancora di più l’opinione pubblica americana dalle Nazioni Unite e, più in generale, dalla concertazione globale delle maggiori decisioni geopolitiche.

Aree grigie della morale, la diplomazia come arte decaduta del compromesso al ribasso, ‘tradimento (letteralmente, pugnalata alla schiena) per principianti’, come recita il titolo originale. Del resto, ce lo dice lo stesso cinico e disincantato Kingsley nel film: regola numero uno, la verità non è un dato di fatto, ma prodotto di consenso.


Fonte: CS