29 Nov 2018 News

Bohemian Rhapsody: 20th Century Fox e Spotify insieme per una promozione che unisce cinema e musica

Cinema e musica si incontrano nel film dedicato ai Queen, non solo sullo schermo ma anche sui vostri smartphone. In occasione dell’arrivo di Bohemian Rhapsody nelle sale italiane a partire dal 29 novembre, il film dedicato alla band inglese e incentrato sulla figura di Freddie Mercury, parte l’attività promozionale “Tutto parte dai Queen” con cui 20th Century Fox Italia in collaborazione con Spotify ha ideato una nuova forma di comunicazione che permette di ingaggiare la propria audience con una modalità mai tentata prima nel settore.

Sul sito dedicato, l’algoritmo di Spotify crea un percorso fatto di canzoni che collega l’artista preferito alla rock band inglese, dando la possibilità di scoprire quanto i Queen abbiano influito su tutta la musica moderna. Questo tragitto musicale inizia quindi dai gusti specifici di ciascun utente.

Attraverso dati di somiglianza e comparazione tra oltre 100.000 artisti, si applica semplicemente la teoria dei “sei gradi di separazione” al mondo della musica, collegando ogni artista ai suoi vicini più simili. In questo modo, inserendo il proprio artista preferito sul sito dell’attività si avrà come risultato una vera e propria compilation musicale di 20 brani creata su misura e che porta gradualmente ai brani dei Queen.

Un solo consiglio: affrettatevi perché l’innovativo sodalizio tra la major e Spotify è a scadenza. Il sito sarà online solo fino al prossimo 2 dicembre all’indirizzo https://bohemianrhapsody.withspotify.com

Con un’intensa ed emozionante prova d’attore per Rami Malek, il film, diretto dall’eclettico Bryan Singer, si concentra sul racconto realistico, elettrizzante e coinvolgente della parabola artistica di Freddie Mercury: dai giorni da semplice addetto ai bagagli dell’aeroporto di Heathrow al successo mondiale del Live Aid, la straordinaria performance che lo rese icona senza tempo e che consegnò la sua band, i Queen, alla storia. Un biopic, un musical, con una favola e la migliore colonna sonora di sempre.

Il punto di forza è anche il punto di debolezza del primo tentativo di rappresentare al cinema un personaggio così controverso e contrastato: la messa in scena di Freddie Mercury. Di lui non si parla da oltre venti anni. Un gigante dimenticato con troppa velocità, la stessa con cui si è cercato di sorpassare concetti come l’Hiv e l’Aids relegati a un retaggio amplificato degli anni ’80.

Eppure con Bohemian Rhapsody, contrastato e contrastante biopic firmato da Bryan Singer (la cui presenza sul set è stata al centro di numerosi clamori legati alla sua professionalità, forse anche per questo la pellicola risulta spesso sfuocata e poco fluida) che mette al centro della storia un Farrokh Bulsara dall’esordio stentato fino all’epopea che lo porterà a diventare Freddie Mercury. Il pretesto per raccontare le virtù e i vizi di uno dei performer più grandi di tutti i tempi è stato di legare lo sviluppo da Bulsara a Mercury attraverso la storia dei Queen.

Ed è questo il punto di forza e debolezza. Mercury è sicuramente l’elemento cardine su cui si è imperniato il successo eclatante del celebre gruppo inglese, in virtù delle sue straordinarie doti vocali e della forte personalità. Ma è anche la debolezza del film, perché l’interpretazione di Rami Malek lo rende distante dalle attuali generazioni, che lo vivranno solo per la sua parte istrionica e molto parziale di affermazione sociale della sua “originale diversità”, ma sarà davvero assimilato solo da chi ha vissuto quegli anni.

Sono troppi, perfino eccessivi, i “buchi” narrativi. Per fortuna non si è ceduto al tentativo di descrivere la sfera privata, finendo in un pericoloso stereotipo. Tuttavia appaiono frettolosi alcuni passaggi, fin troppo semplici e riduttivi tanti altri. I salti sono iperbolici da un estremo all’altro, con tagli dovuti probabilmente alla lunghezza della pellicola (2 ore e 15 minuti il cut finale) ed errori grossolani nella tempistica di alcuni fatti.

Certo non è facile portare sul grande schermo la complessità di un personaggio e di un’epoca così difficili da rappresentare nella loro pienezza. Difficile anche non cadere nella macchietta, eppure Malek (il protagonista di iRobot) conferisce spessore al protagonista senza eccedere, anche se in alcune parti è fin troppo “millennial” per essere credibile. I contesti dove riesce meglio a vestire i difficili panni di Mercury è nelle scene che simulano i concerti: monumentale nella rievocazione storica dei 20 minuti più suggestivi e inimitabili del Live Aid (preso come metafora di una rinascita, almeno in questo caso seguendo la storia reale), l’attore è perfettamente a suo agio, tanto da strappare sorrisi commossi a chi ha vissuto in diretta quei momenti. Diversamente, nelle scene più recitate passa dall’essere didascalico al risultare lontano, alieno, con poca empatia. Ancora una volta, vestire i panni di una figura in controluce come quella di Mercury richiede più di essere presente sulla scena che di accentuarne le caratteristiche.

La verità è che Bohemian Rhapsody è un film davvero comprensibile solo da chi ha vissuto i Queen. E ripercorre i primi tempi, la coesione del gruppo e la voglia di provocare e sperimentare. Ma manca troppo, manca tutto il contesto che avrebbe potuto fornire una serie di ragioni a chi, oggi, scopre per la prima volta questa band tutt’altro che banale. All’attore protagonista mancano sopratutto gli occhi di Mercury: quello sguardo attento e fuso con la platea, il volto diretto ai suoi fan mentre si dona completamente proponendo note irripetibili, gli occhi di chi sta mettendo l’ascoltatore al centro della propria performance. Una qualità dei Grandi, che non cantano per se stessi ma per onorare, galvanizzare e coinvolgere le persone che stanno partecipando all’evento.

Manca totalmente questo lato. Quello che ha reso unici i Queen. E Freddie Mercury. Un artista mancato troppo presto


Fonte: igizmo.it