05 Dic 2018 News

Colette: splendori, arte e vita nel film biografico. Con Keira Knightley e Dominic West. Al cinema dal 6 dicembre 2018

Languida libertina, scrittrice prolifica, attrice teatrale scandalosa, donna di temperamento che della brama di vita ha fatto un fiero vessillo: Sidonie-Gabrielle Colette (1873 – 1954) non solo è una delle personalità di rilievo che ha inciso più profondamente sulla cultura del ‘900, preparando fertile terreno per una compiuta emancipazione femminile ma è stata tra le prime figure divistiche capace di promuovere in modo sensazionalistico le proprie opere, lanciando mode che hanno lasciato il segno nell’immaginario popolare del suo tempo.

Ad avvalorare il fascino inscalfibile elevando a tutto schermo è il film biografico Colette, diretto da Wash Westmoreland dove vita privata e pagine scritte tracciano così labili confini tanto da annullarsi.

La giovane Gabrielle (Keira Knightley), originaria di un paesino della Borgogna, sposa l’amato Henry Gauthier-Villars (Dominic West), scrittore e letterato mondano conosciuto dai lettori come Willy e si trasferisce a Parigi. Le giornate sempre uguali la spingono a scrivere un diario in cui descrive la vita di una collegiale, Claudine, tra fantasie e vita vissuta dove la protagonista e il suo futuro sposo hanno aspetto, gusti e abitudini non convenzionali dei coniugi Gauthier-Villars.

Willy ne è entusiasta ma, per evitare censure o eventuali scandali, la convince a far pubblicare il romanzo a proprio nome, più consono a delle tematiche licenziose. Il successo è immediato e senza precedenti: tutti comprano il libro, tutte vogliono essere, vestirsi e pettinarsi come Claudine e l’editore chiede il seguito delle avventure dell’eroina più famosa d’Europa. La felicità per il successo è offuscato dalla dolorosa consapevolezza che Willy è un seduttore seriale, uno scialacquatore, un uomo vacuo e privo di talento che sfrutta le capacità non comuni della moglie, tenendola continuamente in ombra.

La profonda crisi matrimoniale rivela il lato peggiore dell’uomo ma l’indole ribelle di Colette e le sue relazioni amorose omosessuali, che tanto provocano clamore e morbosa curiosità, l’aiuteranno a trovare finalmente la propria strada: ma la libertà, per una donna, ha sempre un prezzo molto alto da pagare.

Wash Westmoreland ha un background professionale assai curioso: da assistente di Bruce LaBruce a regista di film porno gay d’avanguardia, si è fatto notare al Sundance Film Festival con La Quinceañera (2006) e raggiunto dieci anni dopo la popolarità con Still Alice la cui protagonista, Julianne Moore, ha vinto meritatamente un Oscar per la miglior interpretazione femminile. Il suo profilo da regista, così eclettico e scevro da ogni giudizio moralistico, ha tutti i requisiti per riuscire a catturare la passionale sessualità della scrittrice francese e la sua spregiudicata joie de vivre, consumata tra l’abbagliante splendore di un’epoca, i café chantant e la raffinata dissolutezza di una metropoli che respira arte e decadenza.

Anche la scelta di una veterana dei film in costume e crinoline, Keira Knightley, con il suo aspetto delicato di dama d’altri tempi, accanto alla mascolina signorilità di Dominic West, sembra essere il fiore all’occhiello di un successo annunciato. Eppure, nonostante la perfetta fotografia, gli eventi che si rincorrono dentro antichi palazzi e dialoghi briosi, mai banali, la pellicola non riesce a ritagliarsi un angolo di eternità tra la moltitudine di esaltanti agiografie di personaggi storici adattati per il grande schermo.

In Colette non vi è alcuna particolare sbavatura registica – salvo qualche eccesso melodrammatico – ma pecca con una fin troppo diligente adesione biografica da scarno bigino che ne accentua la fastidiosa algida aura, rendendo faticoso e greve seguire la maggior parte dei suoi 111 minuti. Vera è la natura selvaggia e introversa di Gabrielle, vera è la diabolica e meschina capacità manipolatoria di Willy, vera la commistione tra fantasia e realtà nella saga di Claudine (1900 – 1903) quanto il suo inarrestabile consenso di pubblico: non è la rappresentazione dei fatti a ridurre il piacere della visione ma è quella sottile quanto disturbante anima british che Keira Knightley non riesce mai a nascondere anche nella sottile seduzione del suo sguardo o nel movimento dei corti capelli, che l’avvicinano certamente alla fisionomia della scrittrice ma non riescono a catturare il suo fuoco, quello che traspare dai libri fatti di carnalità impastata a inchiostro

In queste atmosfere plumbee e stagnanti, il raggio di sole più luminoso e caldo si cela nella performance di Dominic West (The Square, 2017): l’attore, inglese fino al midollo, ricostruisce in modo sublime tutta la cialtroneria di un uomo effimero, amorale, che oscilla tra superficiali sensi di colpa e mancanza totale di scrupoli. Willy conquista gli spettatori con la sua materialistica vitalità, con l’ingordigia di amante e di bon vivant e riesce fino all’ultimo a mantenere il ruolo di marito tra i più ambigui e sgradevoli degli ultimi anni.


Fonte: foxlife.it