11 Feb 2019 News

Mr. Jones: la recensione del film di Agnieska Holland in concorso al Festival di Berlino 2019

La storia, è una bella storia. È la storia vera di Gareth Jones, giovane giornalista gallese e indipendente che nel 1933, sfidando l’omertà dei colleghi occidentali che avevano sposato senza riserve la causa della Rivoluzione, fu testimone diretto e narratore della terribile carestia che le politiche staliniane avevano causato in Ucraina, e dei milioni di morti e le drammatiche condizioni di vita che ne sono state conseguenze.
La storia è bella, e vera, e più che degna di essere raccontata. Ma sappiamo tutti benissimo che, quando si parla di storie, il come conta quanto e anche più del cosa.

Quello di Mr. Jones non è nemmeno un cinema che si limita a essere illustrativo: appartiene più a quel tipo di cinema che s’illude, forte della storia su cui si basa e del tema che va toccare, di poter fare un balzo, salire di livello, e inventarsi una profondità lavorando in maniera virtuosa (reale o presunta che sia) sulla forma e sulla costruzione narrativa. E che invece, proprio perché tanto concentrato sulla forma, quella profondità fatica a raggiungerla.
Lo sguardo di Agnieszka Holland rimane sempre sulla superficie delle cose e dei personaggi, la macchina a mano si agita in maniera frenetica e non giustificata nemmeno da un copione che, della storia di Jones, vuole fare un thriller storico, un film vicino a certi canoni dello spionaggio (idea di per sé non male), e che a partire da quella vicenda storica parte per suggerire riflessioni assai conteporanee sul giornalismo, la libertà di stampa, la politica nazionale e internazionale di ieri e di oggi (quando si parla della Germania nazista, sembra ci si riferisca a molte situazioni attuali).

I montaggi alternati dei viaggi in treno di Jones con immagini di repertorio che mostrano lavoratori e industrie dell’URSS staliniana, l’ossessione per i riflessi e lo scomporsi caleidoscopico delle immagini, saranno forse parsi artifici modernissimi alla regista polacca: che avrebbe fatto però meglio a concentrarsi sullo spessore dei personaggi e delle psicologie, e su una rappresentazione della fame e della tragedia ucraina meno cartolinesca e patinata, estetizzando di meno le figure nere, emaciate e sfinite, che si stagliano sui paesaggi innevati, e risparmiandosi magari l’indugiuare metaforico sui prosciutti dei ristoranti londinesi dopo aver mostrato il cannibalismo cui erano costretti i contadini ucraini che lottavano per sopravvivere.

Se poi l’inserimento nella trama di George Orwell (il suo “La fattoria degli animali” venne ispirato dai racconti di Jones) è tutto sommato superfluo, ma giustificato e non fastidioso, va riconosciuto alla Holland di aver nel complesso azzeccato i volti del suo film – su tutti, Peter Sarsgaard nei panni del giornalista americano Walter Duranty – e di aver vestito James Norton e Vanessa Kirby, rispettivamente Gareth Jones e Ada Brook, con abiti davvero molto belli, ma mai stonati rispetto al contesto.
E però va anche detto che, se alla fine di un film come Mr.Jones, dopo i suoi 140 eccessivi minuti, a rimanere sono i costumi, vuol dire che qualcosa non è andato esattamente come avrebbe dovuto.


Fonte: CS