17 Lug 2019 News

Film del weekend: Serenity – L’isola dell’inganno

Recensione del film”Serenity – L’isola dell’inganno” su comingsoon.it

Che Serenity non sia un film “normale”, lo si capisce da subito. 
Dall’ossessione hemingwayiana del protagonista interpretato da McConaughey – che ha un nome che è tutto un programma, Baker Dill – per un enorme tonno che non riesce ad acchiappare e che chiama Justice, “giustizia”. Dall’omino in giacca e cravatta e con gli occhiali che lo insegue impettito, ma che non riesce a trovarlo. Dai dialoghi surreali che porta avanti con Diane Lane, sua trombamica, sul gatto di lei. Dal fatto che tutto, in Baker Dill, e in Serenity, girato con quell’estetica patinata e sudaticcia di certo cinema di Adrian Lyne, non fa altro che gridare fortissimo: “Stereotipo”.
Baker è in fuga da un passato traumatico, è un solitario irascibile, beve troppo, guida uno scalcinato pick up, è un duro dal cuore d’oro che si dimostra irresistibile per le donne. Abita in una baracca in cima a una scogliera, e quando torna a casa, quando trova Diane Lane che lo aspetta davanti alla porta, inizia a spogliarsi nudo e poi cammina via. “Dove vai?” chiede lei. “A farmi una doccia,” risponde lui, gettandosi nel mare cristallino saltando dall’alto della scogliera.
Duke, il suo aiutante a bordo interpretato da Hounsou, è il ritratto perfetto del sidekick fedele e che sopporta di tutto, e che è anche la voce della coscienza; la Constance di Lane la donna matura che ama il sesso ma è anche materna, Non parliamo poi di come tutto, nella Karen di Anne Hathaway, dall’abbigliamento alla postura passando per i toni e il parrucco, sia chiaramente un’estremizzazione dell’iconografia noir delle femme fatale. E di come lo stesso valga per le sgradevolezze del villain di Clarke.
E però c’è qualcosa di divertito e di divertente in questo mondo così stereotipato e artificiale, nel quale non manca nemmeno il ruvido barista, e l’anziano alcolista seduto sempre allo stesso tavolo dell’unica, scalcinata taverna dell’isola di Plymouth, paesone dove tutto sanno tutti di tutto, l’alcolista al quale Baker Dill paga ogni giorno un rum.
E la meccanicità ingenua di questi stereotipi, e di questi eventi, alla fine troverà anche un senso e una logica, nell’ottica del famigerato twist. Meccanicità che viene peraltro leggermente incrinata da subito, in Serenity, con l’introduzione da parte di Knight di piccole e grandi bizzarrie più o meno spiegabili, che perturbano il racconto e il suo quadretto, e che in maniera lenta ma inesorabile il twist lo anticipano e forse lasciano intuire anche troppo.

Sono dettagli solo apparentemente tali, come l’omino impettito, interpretato da Jeremy Strong, che si toglie arbitrariamente e in maniera del tutto fuori contesto calze e scarpe per attraversare una bassa marea; o i dialoghi mentali, immaginari o telepatici, di Baker con un figlio lasciato chissà dove; o certe cose che non tornano nella sua storia e nella sua cronologia, come se qualcuno avesse commesso piccoli errori di continuità nella scrittura del film, e Knight non è tipo da commettere queste piccolezze.
Calati in un’atmosfera che porta con sé qualcosa di inevitabilmente onirico, tutti questi indizi magari fanno intuire il twist, ma non ne attuano per niente la portata. I commentatori professionali dell’internet lo definirebbero con l’acronimo “WTF!”, che sta per “What the fuck!”, traducibile con “ma che cazzo è?”, esclamazione anche questa spesso gronda di connotati denigratori, ma che ancora una volta io voglio virare al positivo.
Perché la determinazione cinematografica e sentimentale, prima ancora che filosofica, con cui Steven Knight porta poi avanti questo ribaltamento di cose e prospettive, e la mancanza di complessi che dimostra, fregandosene in maniera meravigliosamente dissennata delle regole e del buon senso, ha qualcosa di commovente.

Impossibile stare a spiegare qualcosa di più su Serenity, senza fare spoiler.
Se però più di tanto non ve ne importa, e siete così temerari da voler continuare a leggere, quello che si può tranquillamente dire è che quello di Knight è un delizioso guilty pleasure che fa godere per ogni stereotipo che abbraccia e ogni riga sopra la quale va coi toni della storia e della recitazione dei suoi protagonisti, splendidi e coraggiosissimi.
Anche quando si spogliano spesso e volentieri come McConaughey (per il quale questo film potrebbe rappresentare un punto di svolta importantissimo nella sua carriera come lo è stato Surfer Dude, e non sto scherzando), o fanno sesso senza mostrare nulla di rilevante (una tetta, una chiappa) come fanno Diane Lane o Anne Hathaway.
Un guilty pleasure perché, certo, Serenity non sarà magari un film per tutti, o di quelli che inseguono la bellezza cinematografica classica, quella del Canone di Policleto o delle sezione auree. Ma è un film che, mescolando l’estetica di Lyne con le follie del Richard Kelly di Donnie Darko e Southland Tales, e spolverando il tutto con un po’ di Truman Show e perfino di Ricomincio da capo, è più vivo e vibrante della maggioranza delle produzioni standard hollywoodiane. Magari più “belle”, ma decisamente meno vive. Molto, molto meno vive.
“We are such stuff the dreams are made of,” dice a un certo punto un personaggio: è proprio così.