28 Nov 2019 News

Film del weekend: Un Giorno di Pioggia a New York, recensione del nuovo film di Woody Allen

Recensione del film “Un Giorno di Pioggia a New York” su comingsoon.it

Gatsby Welles. Un nome che è tutto un programma. La versione alleniana di un personaggio di Salinger (uno dei ragazzi Glass più che un Holden Caulfield), ma senza le stilizzazioni cartoonesche e le iconografie ostentate di un Wes Anderson. Una persona reale che si muove nel mondo reale, e proprio per questo le sue radici sono – appunto – letterarie e cinematografiche in purezza, senza quella mediazione che rielabora e distilla i tratti fisici e caratteriali per adattarli a un mondo creato ex novo.
Gatsby è il prodotto dell’alta società dell’Upper East Side, è intelligente, colto e ribelle, ma senza estremismi e dannazioni. È un ragazzo alla ricerca del romanticismo di un mondo e un’epoca che sono scomparsi, o che ci vogliono far credere tali. Quello dei vecchi film, della musica di una volta, dei bar degli alberghi coi pianisti che non la smettono mai di eseguire standard e classici mentre tu sorseggi il tuo drink, e fuori piove, sopra Central Park, sopra New York.
Gatsby è l’ennesima incarnazione giovane – in questo caso ancor più giovane che in altri- di Woody Allen, che gli affida il suo sguardo e il suo pensiero. La sua malinconia, il suo disincanto, la sua verità.

Proprio perché li fa raccontare a Gatsby, e proprio perché la storia del film è quella che è, Un giorno di pioggia a New York è tutt’altro che un film che rimpiange i bei tempi andati: è anzi quello che riafferma l’attualità e l’importanza e perfino l’urgenza di un certo modo di intendere la vita.
Non è affatto l’affettato e snobistico elogio di quella cultura highbrow che permea la vita di Gatsby e che pare ossessionare quel “culture vulture” di sua madre, ma la necessità imprescindibile di inseguire il bello – e sì, anche la cultura – anche e soprattutto a partire da condizioni svantaggiate, o di difficoltà e degrado. Seguendo magari le proprie inclinazioni personali, piuttosto che i dettami delle scuole, della famiglia o della società.
Come sempre, Woody Allen parla del destino. E questa volta di un destino che fa andare le cose come devono andare. E permette la possibilità del riscatto e dell’espressione personale.
La giornata sognata e programmata da Gatsby a New York assieme alla fidanzata Ashleigh non va affatto come deve andare. D’altronde, lui ama il cielo grigio, la pioggia e Charlie Parker. Lei – che pure è ricca ma viene comunque da Tucson, Arizona, e si vede – ama invece la luce del sole che sembra sempre illuminarla d’oro (grazie a Storaro), Bird non sa nemmeno chi sia, è appassionata di cinema art house ma tutto sommato subisce il fascino delle star più di quello delle loro opere.
Ma non solo le origini di Ashleigh, la sua natura semplice, o il suo essersi dedicata ai patemi artistici, sentimentali o erotici di un regista in crisi, del suo sceneggiatore e di un divo del cinema nel corso di quella che doveva essere la “loro” giornata, a portare Gatsby lontano da quella ragazza in fondo buona e sincera. Sono solo i loro colori così diversi, è New York che detta la sua agenda, è il destino stesso. È il fatto che Gatsby verrà spinto in maniera definitiva verso la ricerca della bellezza e della felicità che sono solo suoi, e personali, proprio da una madre che pensava così dittatoriale, nel corso di una scena spiazzante e coraggiosa, di commovente e straordinaria intensità. Da una verità che lo riguarda, e che lo aiuta a mettere tutto nella giusta prospettiva.

Proprio quando le circostanze – sue e del mondo – potrebbero giustificare un legittimo abbandono al pessimismo, ecco che Woody apre la porta alla speranza. La speranza di potersi migliorare, redimere, realizzarsi e del trovare – tra tutti i colori e le persone del mondo, e con tutti i nostri passi falsi – quelli che più e meglio si adattano a noi.
La speranza di poter vivere quel romanticismo – esistenziale, prima che sentimentale – che in un mondo sempre più ottuso e osceno, cinicamente opportunista nel migliore dei casi,  pare dimenticato da tutti, e di essere quel che si è senza compromessi, dribblando le convenzioni. Accettando le conseguenze di queste scelte, ma senza dimenticare di poter crescere e cambiare.
Il discorso di Woody Allen ha raggiunto una semplicità serena e rasserenante, e al tempo stesso la profondità e lo spessore del discorso filosofico diventano sempre più evidenti. Un giorno di pioggia a New York è il suo racconto zen. Parla con dolcezza, ma senza risparmiarsi o nascondere i lati più ruvidi del vivere – perché ne sono parte integrante e perfino formativa – del fatto che l’unico antidoto possibile al pessimismo e alla malinconia disforica, sia continuare a inseguire quella bellezza fatta di arte, musica, cinema, cultura, sentimenti e passioni che – davvero – è l’unica cosa che può salvare noi stessi e il mondo. Chi insegue altro (l’effimero e non la verità, l’opportunità e non il sentimento), chi perde il treno della bellezza e dell’amore, come Ashleigh, avrà quel che si merita. Il destino, per loro, è quel che è.
Allen, con la bellezza sopraffina di Un giorno di pioggia a New York, e con la sua serena resistenza alle peggiori derive del presente, fa quel che sa e che può per sé e per noi: per salvarci e migliorarci. Per farci uscire dal cinema felici e riscaldati dal calore del suo racconto e pronti a restituirlo a chi ci è vicino.
Woody Allen salverà il mondo.